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Bitcoin (BTC) e la decentralizzazione: la Cina detiene il 74% dell’hash power

Un nuovo studio ha suggerito che la Cina detiene un’influenza importante su Bitcoin (BTC), e forse persino la capacità di attaccare e distruggere l’intera rete Bitcoin. Detta così sembra una cosa inverosimile, cerchiamo di capire cosa è emerso dallo studio degli accademici delle università internazionali di Princeton e della Florida.

Secondo lo studio, la Cina è in possesso di diversi mezzi per attaccare Bitcoin e inoltre sta già esercitando il suo potere sul network in una miriade di modi.

Spiegano i ricercatori:

Al crescere dell’utilità e del valore di Bitcoin sono cresciuti anche i motivi per attaccarlo.
La Cina ha diversi motivi e soprattutto tutti i mezzi necessari per attaccare il network.

Le mining pools cinesi controllano il Bitcoin (BTC)

Il documento sottolinea innanzitutto che l’ecosistema di mining del Bitcoin è diventato “fortemente centralizzato”. Oltre l’80% dell’hash power è in mano a solo sei mining pool, cinque delle quali gestite direttamente da individui o società con sede in Cina.

La principale minaccia all’infrastruttura del Bitcoin è il  famigerato “attacco del 51%“. Un attacco del 51% avviene quando la parte attaccante, di solito un numero ingente di minatori, detiene il controllo di buona parte della potenza di hash del network. Di conseguenza, “salta” il concetto di rete decentralizzata. Ciò perchè accade che almeno il 51% del network è sotto il controllo del medesimo gruppo di minatori, per esempio della medesima pool. I miners dunque, potranno propagare sulla blockchain blocchi falsi, contenenti operazioni fraudolente. Tali blocchi, essendo riscontrati dalla maggioranza della rete per via del controllo della potenza di hashing, vengono dunque validati, causando perdita di fondi e danni inimmaginabili.

Se si considera che lo sforzo combinato delle mining pool cinesi rappresenta il 74% della potenza hash di Bitcoin, la situazione diventa un po’ preoccupante.
BTC bitcoin mining cina

Il fatto che le mining pool cinesi controllino così tanto l’ecosistema Bitcoin potrebbe avere conseguenze negative. In particolare, l’esistenza di tale hashrate centralizzato espone la rete Bitcoin alla censura e ad altri attacchi potenzialmente dannosi. Se il governo cinese assumesse il controllo dell’ hashrate potrebbe facilmente attaccare la rete.

La Cina sta rallentando il Bitcoin (BTC)

Il documento ha anche rivelato una certa iniquità su come vengono distribuiti i premi minerari – e su come l’attuale situazione stia rendendo un po’ inefficiente il network.

Il presunto colpevole è il China Great Firewall che distorce il campo di gioco aggiungendo latenza per i minatori che operano al di fuori dei suoi confini. Apparentemente, le pool minerarie cinesi possono avere la priorità per decidere quali blocchi estrarre, in particolare blocchi vuoti. Anche se necessitano dello stesso tempo e della stessa potenza di un blocco normale per essere minati, i blocchi vuoti non contribuiscono alla rete, poiché non contengono alcuna transazione. Tuttavia garantiscono il medesimo premio di un blocco normale.

Quando i ricercatori hanno esaminato il numero di blocchi vuoti minati da ciascuna mining pool si sono accorti che le mining pool cinesi hanno prodotto un numero insolitamente elevato di blocchi vuoti, con punte ben al di sopra del 7% (in determinati periodi). Le mining pool non cinesi invece si attestano sul 2%.

I ricercatori concludono che ci deve essere un motivo che incentiva i cinesi a produrre un maggior numero di blocchi vuoti.

Bitcoin

Quando i minatori estraggono blocchi vuoti, l’intera rete diventa meno efficiente. Non solo non vengono elaborate transazioni, ma la rete globale consuma risorse inutilemente.

Ci sono alcuni vantaggi nell’estrarre blocchi vuoti, ne abbiamo parlato qui.

La Cina ha i mezzi per paralizzare Bitcoin (BTC)

La ricerca, infine, individua quattro classi di attacco: censura, de-anonimato, consenso indebolito, interruzione delle operazioni minerarie.
In totale, gli accademici hanno identificato 19 diversi attacchi attualmente attuabili. Di seguito ne vengono riportati alcuni:

Bitcoin

Uno dei più spaventosi è il così detto attacco Goldfinger, in cui le mining pool utilizzano il loro hash-rate combinato per controllare (e infine “uccidere”) Bitcoin. Spiega il documento:

[…] Bitcoin può sopravvivere a un simile attacco solo se i minatori non coinvolti sono disposti a pagare un costo superiore a quello che la Cina è disposta a pagare per portare avanti l’attacco. Poiché gli altri minatori di Bitcoin sono organizzati in modo approssimativo mentre la Cina ha dalla sua enormi risorse, lo scenario più probabile è che in seguito ad un attacco Goldfinger la rete difficilmente reggerebbe l’urto.

Perché la Cina dovrebbe attaccare Bitcoin?

Tutto quello detto qui sopra, porta tutti a porsi la seguente domanda: perché la Cina dovrebbe attaccare Bitcoin?

I ricercatori ipotizzano che Bitcoin sia in “opposizione ideologica” alla filosofia governativa centralizzata della Cina (comunismo totalitario).

[La Cina] può essere motivata a indebolire o a distruggere Bitcoin per motivi ideologici; per esempio, potrebbe voler dimostrare l’inutilità di paradigmi di controllo decentralizzati. Virtualmente, qualsiasi violazione della sicurezza di Bitcoin è sufficiente per raggiungere questo obiettivo.

Ancor più preoccupati i ricercatori ritengono che la Cina potrebbe, attraverso il proprio controllo sul Bitcoin, destabilizzare le economie straniere.

Per esercitare influenza su un paese straniero in cui il Bitcoin è in uso, la Cina può mirare a indebolire o addirittura distruggere totalmente il Bitcoin. Ciò si potrebbe fare, prendendo di mira specifici utenti o minatori, per attaccare o indebolire generalmente il consenso, con conseguente aumento della volatilità fino a un punto di non ritorno.

Riflessioni a margine

Vi è da dire innanzitutto che il documento non è ancora stato sottoposto a revisioni paritetiche, quindi le conclusioni vanno analizzate con senso critico. Innanzitutto partiamo dai dati di fatto: la Cina detiene il 74% dell’hash power. Questo è indiscutibile e un pochino preoccupante.

Difficile credere però che con un colpo di magia il governo (o chi per lui) riesca ad impossessarsi di tutto l’hashrate. I miners stessi non lo permetterebbero, perchè attaccare il network su cui hanno investito soldi e tempo?

Sicuramente il tema su cui riflettere, più che l’attacco alla rete, è, a mio parere, la decentralizzazione che di fatto viene meno nel momento in cui il l’80% dell’hash power è controllato da sole 6 pool 5 delle quali sono cinesi. Cosa ne pensate?

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Salvatore Scorsone

Nato a Palermo nel '98. Studente di Ingegneria Informatica al Politecnico di Torino, da sempre appassionato di arte, tecnologia e di start-up. Da anni seguo il mondo delle criptovalute e del Bitcoin in particolare.

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