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IBM lavora al concetto di Proof-of-Work per i devices dell’IOT

IBM sta sviluppando un metodo per garantire che un network di devices inter-connessi possa eseguire smart contracts blockchain-based. Come connettere i dispositivi dell’Internet of Things (IOT)  usando la blockchain è all’attenzione di diverse aziende, startup e sviluppatori. La stessa IBM ha lavorato su questa problematica insieme a Samsung creando il proof-of-concept “ADEPT” svelato nel 2015.

Una blockchain IoT-focused non può avere certo le caratteristiche della blockchain alla base di Bitcoin. I device dell’Internet delle Cose hanno poca potenza e non sono certo paragonabili agli ASIC usati per il Proof-of-Work di BTC.

Il mondo dell’IOT è forse la base di partenza migliore possibile per quanto riguarda il concetto di decentralizzazione. In pochi anni il mondo sarà invaso da device interconnessi e una large-scale blockchain (ovviamente decentralizzata per costruzione) sarà difficilmente attaccabile

Il brevetto di IBM

iot devices ibm

Il gigante americano ha pubblicato un brevetto sul sito dell’USPTO in cui spiega come è intenzionata a implementare il PoW per questi dispositivi dotati di scarsa potenza computazionale.

La soluzione proposta da IBM è di fatto una rivisitazione del sistema di PoW usato per Bitcoin. Il PoW per come lo conosciamo aggiunge un blocco di dati (transaction data nel caso di BTC) alla blockchain attraverso una HASH function. In questo semplice processo il lavoro consiste nell’ottenere un hash che rispetta determinati parametri, è quindi necessario eseguire la funzione di hash continuamente.
Dovete sapere che in un blocco di Bitcoin il “nonce” è un numero casuale a 32 bit che è settato in modo tale da garantire che l’hash del blocco conterrà un certo numero di zeri. Cambiare un solo bit rende completamente diverso l’hash block. Predire a priori la combinazione corretta di questi 32 bit è impossibille pertanto la funzione di hash viene eseguita (recomputed) all’infinito finchè non si trova la giusta configurazione di zeri. Il numero di zeri da trovare costituisce la difficoltà del blocco. Questa procedura iterativa è detta, appunto, proof-of-work.

L’idea di IBM è semplificare questa procedura per renderla adeguata anche a dispositivi di bassa potenza. Per farlo si vuole limitare la lunghezza del nonce e quindi del numero di zeri da trovare. La complessità del PoW sarà poi aggiustabile dinamicamente in modo da evitare che un attore terzo con elevatissimo hash rate possa assumere il controllo della blockchain.

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Matteo Gatti

Ingegnere informatico appassionato di tecnologia e di tutto ciò che vi ruota attorno. Seguo con interesse il mondo delle criptovalute e lo sviluppo della tecnologia Blockchain. Scrivo anche di Linux su LFFL.
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